Identità inclusive per la parità di genere

Negli ultimi anni, una serie di dati sociologici ha iniziato a incrinare una convinzione ampiamente condivisa: quella secondo cui il progresso culturale, una volta acquisito, proceda in modo lineare e irreversibile. In particolare, l’emergere di atteggiamenti critici – talvolta apertamente reazionari – nei confronti della parità di genere tra i giovani maschi rappresenta un fenomeno che merita un’analisi attenta, soprattutto in contesti come quello ticinese, dove tradizione e modernità convivono in equilibrio instabile. 

Il dato di partenza è tanto semplice quanto destabilizzante: una quota significativa di giovani uomini esprime posizioni che mettono in discussione l’uguaglianza tra i sessi. Non si tratta di residui culturali appartenenti a generazioni precedenti, ma di individui cresciuti in un ambiente formalmente egalitario, immersi in una cultura digitale globale e teoricamente aperta. Questo scarto tra contesto e atteggiamento suggerisce che non siamo di fronte a un semplice ritardo culturale, bensì a una dinamica più complessa. Una possibile chiave interpretativa risiede nel concetto di «trasgressione simbolica». Se le generazioni precedenti hanno costruito la propria identità in opposizione a un ordine tradizionale – patriarcale, gerarchico, normativo – le nuove generazioni si trovano a crescere in un sistema in cui quei valori sono già stati messi in discussione e, in larga parte, superati. In questo scenario, la ribellione non passa più attraverso la rottura con il passato, ma può assumere la forma paradossale di un ritorno ad esso. Il recupero di modelli tradizionali diventa così, per alcuni, una forma di controcultura. Nel contesto ticinese, questo fenomeno assume caratteristiche specifiche.

Il Canton Ticino mantiene una forte centralità della famiglia come istituzione sociale e simbolica. In tale quadro, la ridefinizione dei ruoli di genere può essere percepita non solo come un cambiamento culturale, ma come una minaccia alla stabilità stessa dell’ordine sociale. La figura maschile, storicamente associata al ruolo di «capofamiglia», si trova oggi in una posizione di ridefinizione, spesso priva di riferimenti chiari e condivisi. È proprio questa assenza di un modello alternativo che emerge come uno dei nodi centrali. La parità di genere ha messo in discussione ruoli consolidati, ma non sempre ha fornito nuove narrazioni identitarie altrettanto forti e riconoscibili. In questo vuoto simbolico, alcuni giovani uomini possono sviluppare un senso di disorientamento, che si traduce in resistenza o rifiuto. Non si tratta necessariamente di una posizione ideologica strutturata, quanto piuttosto di una reazione a una percezione di perdita di status e significato. Un ulteriore elemento da considerare è la percezione della parità come norma imposta. Quando i valori egalitari vengono trasmessi principalmente attraverso istituzioni – scuola, politiche pubbliche, discorso mediatico – senza un reale processo di interiorizzazione, possono essere vissuti come prescrizioni esterne piuttosto che come conquiste condivise. In questo senso, il rifiuto non è tanto diretto contro il principio della parità in sé, quanto contro la modalità con cui esso viene comunicato e percepito. Il rischio, in prospettiva, è quello di una polarizzazione culturale. Se una parte della gioventù si allontana dai valori egalitari, mentre un’altra li assume come fondanti e non negoziabili, si crea una frattura che può tradursi in conflitto sociale e incomprensione reciproca. 

In un territorio come il Ticino, dove le dimensioni ridotte amplificano le dinamiche sociali, tale frattura potrebbe avere conseguenze significative. Di fronte a questo scenario, appare evidente che un approccio puramente normativo o educativo in senso tradizionale non sia sufficiente. La sfida non consiste soltanto nel trasmettere valori, ma nel costruire significati condivisi. Ciò implica l’ascolto delle percezioni e dei disagi, anche quando risultano scomodi o controcorrente. Comprendere le ragioni di chi si sente escluso o disorientato è un passaggio necessario per evitare che il disagio si trasformi in opposizione strutturata. In conclusione, il fenomeno osservato non deve essere interpretato come un semplice «ritorno al passato» ma come il sintomo di una trasformazione incompleta. La parità di genere, per consolidarsi realmente, deve essere accompagnata da una ridefinizione inclusiva delle identità, capace di offrire nuovi riferimenti anche a coloro che oggi faticano a riconoscersi nel cambiamento. Solo in questo modo sarà possibile evitare che la trasgressione del presente coincida con la nostalgia di un passato idealizzato.

Mari Luz Besomi-Candolfi
presidente DLRT